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mercoledì 6 ottobre 2010

Il Molise - Cos'è?



Il Molise non esiste, è solo il parto della fertile immaginazione del noto fumettista Leo Ortolani, che si servì di questo luogo fantastico per fornire un alibi credibile all'accusa di stupro, spaccio e incendiamento di chiese che pendeva sul suo capo.

Per farla franca, il losco figuro attribuì la colpa dei suoi misfatti ai fantomatici abitanti di questa regione fantasma, i mitologici molisani.
I carabinieri, pur essendo tali, non credettero a una storia tanto campata in aria e lui fu costretto a emigrare per avere salva la vita. Attualmente il criminale è latitante in Guatemala, ospite di parenti.

Qualcuno invece asserisce che il Molise esista davvero, proprio come la Terra dei mostri giganti e la figa, ma che non vi sia un benemerito cazzo a esclusione del suo capoluogo, Campobasso, una sorta di buco nero apparso recentemente.


Popolazione 

Il 5% della popolazione è costituita da comunità Arbreshe e Croato-Rom le quali hanno colonizzato alcune parti del territorio edificando città fantasma e bidonville (ad es. Ururi, Campomarino, Portocannone, Montecilfone, Montemitro, San Felice, Acquaviva). L'altro 95% della popolazione è composta da campagnoli, bovini, ovini e studenti napoletani che cazzeggiano nelle facoltà di Campobasso (spesso confondibili con gli ovini data la netta somiglianza).


Secondo recenti studi comunicati dell'egregio Dr. Cecchi Paone il maschio molisano è dotato in media di un pene di 7 cm, a causa di ciò non sono presenti donne in Molise, visto che queste si trasferiscono, una volta raggiunta l'età fertile, nel resto del territorio italiano in cerca di maggiori soddisfazioni.

Lingua 

Gli idiomi molisani variano e il loro numero è di gran lunga superiore a quello delle lingue presenti nella torre di Babele. Le lingue più importanti sono:
  • Termolese: Caratterizzato dalla quasi totale assenza delle vocali.
  • Campovasciano: Idioma ibrido tra napoletano, pescarese, pugliese e namecciano.
  • Azerbaijano: Parlato nei comuni confinanti con le Puglie.
  • Gujinshan: Lingua tipica della città di Guglionesi, caratterizzata dall’inesistenza delle E le quali vengono sostituite dalle A.
  • Albanese arcaico: Parlato dalle comunità albanesi.
  • Croato: Parlato dalle comunità croate e da Alen Boksic.
  • Alfabeto Farfallino
  • Namecciano
  • Montaganese: Parlato in un piccolo villaggio vicino alla mitica Campobasso. Si tratterebbe di un perpetuo canto etereo, che a lungo andare può danneggiare irrimediabilmente l'udito... Quindi, se casomai a qualcuno di voi Elfi capitasse di visitare questa regione, portatevi sempre un paio di tappi per le orecchie nel caso finiste a Montagano
  • Montenerese: famoso a livello nazionale grazie ad Antonio Di Pietro, è caratterizzato da una completa assenza di regole grammaticali. L'unica regola è che bisogna inserire ogni 3 parole una parolaccia.

Economia

Un prodotto tipico molisano è la pampanella, tipica ricetta della Death Valley, la quale è talmente piccante e indigesta che per possederla occorre avere un certificato di porto d’armi.
In Molise vi sono maialifici che la producono in grandi quantità, sia per scopi bellici che per scopi alimentari. In pratica la pampanella sarebbe una Porchetta intinta in un mare di peperoncini radioattivi, più l’aggiunta di altri ingredienti aromatizzanti.
I principali ingredienti della pampanella sono:
  • Un maiale
  • Peperoncini radioattivi del Guatemala
  • Aglio di Saturno
  • Cacca
  • Plutonio, uranio e polonio monzese
  • 3 uomini
  • Una gamba
  • Borotalco
  • Riccardo Scamarcio
  • Gesù

Sport

Unico sport praticato in Molise è la Carrese, detta anche corsa dei carri o dei buoi, la quale si svolge ogni 365 giorni in 4 planetoidi nei pressi della nebulosa basso sannitica. La Carrese consiste in una gara tra diverse squadre, le quali per mezzo di un carro trainato da buoi (animali velocissimi e altamente idonei per gare di questo tipo) devono cercare di arrivare al traguardo prima degli altri. Una volta arrivati, qualunque sia l’esito, i membri delle diverse fazioni devono confrontarsi obbligatoriamente in una Royal Rumble.
Dietro ogni carro vi sono dei terminator a cavallo dotati di “mazza chiodata” che hanno il compito di martoriare il culo ai buoi allo scopo di farli andare più veloci. Le squadre che gareggiano nelle corse di solito sono due (Giovani & Giovanotti), ma alcune volte partecipano anche altre squadrette di burini, le quali, arrivando ultime, hanno il compito di far evitare la figura di merda a una delle due “grandi”.

Regolamento: La squadra che arriva prima vince. Ai primi arrivati viene consegnata una Coppa del Nonno Motta “gusto cappuccino”, più un buono sconto sulle verze delle masserie dei dintorni. Mentre a chi si aggiudica la Royal Rumble viene dato il premio di consolazione, ovvero uno stupendo bellissimo meraviglioso calcio in culo.
Dato che il tratturo (strada dove si svolge la corsa) è largo come l’ano di un chihuahua obeso, le squadre non partono contemporaneamente; il team che ha corrotto meglio i giudici parte prima. Arrivati alla zona di cambio dei buoi, le squadre devono liberare i buoi usati, cercando di uccidere meno spettatori possibile; pena: un piccolo schiaffetto sulle mani.


Nella Royal Rumble è obbligatorio l’uso di almeno una arma; armi ammesse sono: spranghe, sassi, lance, sciabole, cannoni, catapulte, coltelli, molotov, fucili, kalashnikov frentani, palle chiodate, boomerang, bolas, bazooka, archi, balestre, forche, fiocine, bombe a mano, dinamite, super liquidator caricati ad acido, laser, onde energetiche, spray al peperoncino di Soverato, catene e lucchetti, accette, cucchiaini ed qualsiasi tipo di bomba termonucleare purché sia calibrata per una zona vasta non più di 15 metri quadri. È severamente vietato l'utilizzo di ventricina e pampanella per ragioni etico-sociali. Chiunque sia sprovvisto di un arma verrà squalificato e il giorno dopo deve venire accompagnato dai genitori.



Fabio, Vola... Ma verso un buco nero. Grazie

Fonte: "La Repubblica"  


Più fenomeno di così si muore. Spiegabile, inspiegabile, impagabile, invidiabile. Trentasette anni, bergamasco di nascita e bresciano di elezione, ex panettiere ed ex barista, insidiosa calvizie incipiente, barba corta e compensativa: "Sono un non scrittore", si autodefinisce. "Sfogo in ogni modo una sorta di creatività, una ricerca di equilibrio, un bisogno di benessere". Aldo Grasso ha detto di lui che qualsiasi cosa faccia "se sent la vanga, la provincia che avanza". 

Se è per questo Fabio Volo è stato anche un non cantante, un non presentatore, un non attore, un non protagonista televisivo: "Non sono originale, ma sono autentico, senza filtri". Facinoroso successo su Radio Deejay, con il personaggio di Zia Leti. Partecipazioni con discrete critiche a film come Manuale d'amore 2 di Giovanni Veronesi eBianco e nero di Cristina Comencini, con Ambra Angiolini. In passato, una serie di successi dance cantati in italiano per il mercato europeo, perché qualcosa per campare si deve fare, fino a quando Claudio Cecchetto non lo porta a Radio Capital. 


Non è neppure un Moccia, non cammina tre metri sopra il cielo, non è oracolar-sentimentale. Sembrerebbe piuttosto uno baciato da una sorte glocal, dal genio della provincia abissale che entra nell'economia mondo, dotato di un carisma indefinibile ma che si sovrappone con immediatezza al gusto del pubblico. Fra chi lo frequenta, il giudizio è semplificatorio: "Piace alle donne perché le fa ridere". Le rassicura. E gli uomini? Mistero glorioso, come tutti i carismi autentici. 

Come non scrittore ha avuto l'audacia di mettere in exergo a Il tempo che vorrei una citazione di Cortázar e una di Borges ("Ho commesso il peggiore dei peccati che possa commettere un uomo. Non sono stato felice"). E poi di esordire così: "Sono nato in una famiglia povera. Se dovessi riassumere in poche parole che cosa significhi per me essere povero, direi che è come vivere in un corpo senza braccia davanti a una tavola apparecchiata". 

Si potrebbe facilmente parlare di trash letterario o di grado zero della scrittura, se non fosse che invece funziona alla perfezione un "effetto specchio" verso il pubblico: qualsiasi lettore, completato il romanzo di Fabio Volo, si convince che quel libro avrebbe potuto scriverlo lui, provando le stesse sensazioni, avendo letto gli stessi libri, visti gli stessi film, amate più o meno le stesse donne, combattuto battaglie maschili con gli stessi amici della sera. 

Con qualche incursione nell'immaginario soul meno prevedibile: ""I'll trade all my tomorrows for a single yesterday..." cambierei tutti i miei domani per un solo ieri, come canta Janis Joplin". O per rifugiarsi in menù da cena perfetta, secondo la penultima moda della seduzione a sfondo gastronomico: "insalata, riso basmati e un'orata nel forno, con patate e pomodorini Pachino". 

Il suo romanzo è diviso sostanzialmente in tre parti. Uno, la vita erotica del protagonista, Lorenzo. Due, la sua vita di lavoro. Tre, il ricordo della vita famigliare, con il padre infilato ogni volta in iniziative commerciali fallimentari, bar troppo costosi, cambiali nel cassetto, creditori alle porte, e sempre in attesa di un responso su una malattia grave, un adenocarcinoma, ma forse operabile; non ci dovrebbe essere dramma nell'universo di Fabio Volo. 

Sotto l'aspetto sentimentale, ogni capitolo riporta un amplesso, una sessualità acrobatica, un cunnilinctus, un profumo intimo, un orgasmo o due o tre. Con alcune ossessioni sulle donne, eccitate dalle teorie ormonali degli amici: "Ma che cazzo ne sai tu di queste cose? Ma poi che cos'è il progesterone? Un animale preistorico che vive nelle caverne?". Con teorie maschiliste enunciate lì per lì nelle conversazioni dettate dalle consuetudini virili: "Per noi uomini è più facile. Tra uomini la domanda è: "L'hai scopata?". Tra donne, invece: "Ma secondo te ti richiama?". 

E poi aforismi a iosa, "L'amore è come la morte: non si sa quando ci colpirà". Scene di ordinaria vita quotidiana e di fastidi reciproci con la morosa: "Il rumore che faceva quando deglutiva. Al mattino quando aveva freddo e tirava su con il naso. Quando lasciava aperto il frigorifero. Quando masticava le fette biscottate. Quando con il dito pigiava le briciole a tavola e poi infilarsele in bocca...". 

Naturale che poi lei sposa un altro, anche se come in una canzone di Lucio Battisti viene da lui al mattino per un'ultima inferocita sessione d'amore. Mentre lui nel frattempo è diventato un genio della pubblicità e ha creduto di poter leggere l'Ulisse di Joyce "perché ritenevo che, avendo studiato l'Odissea alle medie, sarei partito avvantaggiato" (poi il suo mentore lo fa ripiegare su On the Road di Kerouac "L'ho letto in due giorni e quando ho incontrato Roberto gli ho detto: "Ma questo non è un libro, questa è vita""). 

Pura vitalità anche l'esistenza al limite di Fabio Volo? "Vado a Barcellona come a New York perché l'Italia mi sembra un paese immobile: politici vecchi, telespettatori vecchi, imprenditori vecchi. È più facile diventare una rockstar che aprire un'impresina". Ecco forse il segreto.

Fabio Volo, da pronunciare e scrivere sempre con nome e cognome: uno qualunque. Il volto, di uno qualunque. Il talento, di uno qualunque. Lo stile, idem. E il suo libro, il manifesto inesorabile dell'Italia qualunque. 

E personalmente aggiungo... MORTACCI TUA.